Cosa succede se si smette di educare il proprio partner: come accettare un adulto con tutti i suoi difetti

Avete notato quanto facilmente scivolate nel ruolo di mentore? “Mettiti il cappello”, “Di’ questo, non quello”, “Dovresti comportarti in modo diverso”.

Sembra che si tratti di prendersi cura, ma in realtà è una sottile, e a volte cruda, negazione del diritto di un altro di essere se stesso, riferisce un corrispondente di .

Cerchiamo di plasmare una versione della persona con cui ci sentiamo a nostro agio, credendo sinceramente che sia per il suo bene. Le radici di questo comportamento spesso risiedono nell’ansia e nel desiderio di controllare l’imprevedibilità della vita.

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Se il partner si comporta “bene” – vestendosi, parlando, agendo – allora la relazione sarà sicura e non ci vergogneremo di lui/lei di fronte agli altri. Ma il prezzo di questo controllo è il soffocamento della personalità vivente e la crescita di resistenze nascoste.

Gli psicologi ci ricordano che il vostro partner è un adulto, una persona affermata con la sua storia, le sue convinzioni e, soprattutto, il diritto di commettere errori. Il vostro compito non è quello di rifarlo, ma di decidere se siete pronti a costruire una vita con questa persona reale e non con la sua potenziale versione migliorata.

Ogni tentativo di “fare il genitore” è un messaggio implicito: “Non sei abbastanza bravo così come sei”. Fa molto più male del risentimento diretto.

Nel corso del tempo, la persona o crollerà, perdendo se stessa, o inizierà a odiarvi silenziosamente per questo costante senso di inferiorità. Gli esperti di dinamiche di coppia consigliano di spostare l’attenzione. Invece di controllare il comportamento del vostro partner, occupatevi dei vostri limiti.

Stabilite cosa non potete proprio accettare (maleducazione, irresponsabilità nelle finanze) e cosa invece è solo un tratto fastidioso ma innocuo (calzini sparsi, amore per la musica strana). L’esperienza personale di molti che hanno rinunciato al ruolo di mentore parla di una sorprendente liberazione.

L’energia spesa per controllare e moralizzare viene improvvisamente liberata. Le relazioni diventano più facili perché viene meno la tensione di una valutazione costante.

Finalmente si vede una persona viva invece di un progetto. Non significa sopportare un comportamento palesemente distruttivo.

Si tratta della differenza fondamentale tra la discussione su comportamenti specifici che influiscono sul benessere generale e la critica totale della personalità e delle abitudini. La prima è necessaria, la seconda è omicida.

Quando si smette di nutrire, succede una cosa strana. Il partner, non sentendosi più attaccato, spesso diventa più aperto al dialogo e persino al cambiamento, ma di sua spontanea volontà, non sotto pressione.

Questa è l’unica strada per una trasformazione reale, non forzata. L’accettazione è attiva, non passiva.

È una scelta consapevole di vedere la persona nella sua interezza, con tutte le luci e le ombre, e di dire sì a quella persona. E se un “sì” responsabile alla realtà non è possibile, forse dovreste porvi una domanda onesta: perché state insieme allora?

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