Perché ci aggrappiamo a relazioni che ci distruggono: la psicologia delle vittime e la magia della speranza

Dall’esterno, tutto sembra ovvio: lui ti umilia, lei ti usa, la relazione è finita da tempo, c’è solo abitudine e dolore.

Ma all’interno funziona un meccanismo potente, quasi mistico, che ti fa aggrappare al relitto della nave che affonda come unica salvezza, riferisce il corrispondente di .

Non si tratta né di stupidità né di debolezza: è un complesso cocktail psicologico di paura, trauma e convinzioni distorte che paralizza la volontà e costringe a sopportare l’insopportabile. La prima e più forte componente è la paura dell’ignoto.

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Anche una realtà infernale ma familiare sembra più sicura di un futuro nebbioso in cui si è soli. Il cervello, il cui compito principale è la sopravvivenza, preferisce il dolore familiare alla potenziale minaccia.

“E se non incontrassi mai nessuno?”, “Come farò a vivere da solo?”, “Cosa dirà la gente?”. – Queste domande creano l’illusione che sopportare un ulteriore dolore sia una scelta razionale piuttosto che una resa.

Il secondo elemento è la sindrome del costo opportunità. Per anni abbiamo investito tempo, energia, emozioni, sogni in questa relazione, perdonato tradimenti, sopportato umiliazioni.

Ammettere che è stato tutto inutile, che l’investimento non sarà ripagato, è insopportabile per la psiche. È molto più facile continuare a investire, sperando che la situazione cambi e che i nostri enormi investimenti portino finalmente dei dividendi sotto forma di una vita felice insieme.

Ci aggrappiamo non al nostro partner ma ai nostri sforzi passati, rifiutandoci di riconoscerli come perduti. Un legame traumatico costruito su cicli di idealizzazione – svalutazione – rifiuto – idealizzazione crea una potente dipendenza.

Il partner dopo un litigio e un’umiliazione diventa improvvisamente affettuoso, attento, fa regali, parla d’amore. Questo contrasto – dall’astinenza da adrenalina all’euforia da dopamina – viene fissato nel cervello come la ricompensa più forte.

Non si sta fuggendo dal dolore, ma da questo picco di riconciliazione, per il quale si è disposti a sopportare un nuovo periodo di dolore. Questo è il classico schema della sindrome di Stoccolma in miniatura.

Il fondamento profondo è spesso un copione infantile e una bassa autostima. Se nell’infanzia l’amore dei genitori era condizionato, doveva essere guadagnato con l’obbedienza o con i risultati, una persona cresce con la convinzione che l’amore di un partner debba essere guadagnato con la sofferenza.

“Visto che mi tratta così, vuol dire che me lo merito”, “Credo che se mi impegno di più, alla fine lo apprezzerà”. Il sacrificio diventa l’unico linguaggio conosciuto dell’amore e il trattamento normale e rispettoso sembra sospetto e immeritato.

La falsa speranza è la migliore amica di questo inferno. Si nutre di brandelli di bei ricordi, di rare parole affettuose, di promesse che non si realizzeranno mai.

Costruiamo interi castelli d’aria sulle fondamenta traballanti di “ma ti ricordi cinque anni fa…” o “ha detto che avrebbe sistemato le cose”. La speranza non funziona come un motore, ma come un carceriere, non permettendo di vedere la realtà: la persona non è cambiata, non cambierà, e la vostra fede in un miracolo non fa che prolungare il vostro tormento.

L’unico modo per rompere questo circolo vizioso è compiere l’atto coraggioso di accettare la realtà. Dovrete riconoscere tre dolorose verità: i vostri investimenti passati sono irrimediabilmente persi, questa persona non sarà mai ciò che volete che sia e il futuro non è un disastro, ma uno spazio di nuove possibilità.

Dovete piangere la perdita non di lui, ma delle illusioni e della versione di voi stessi che avete investito in lui. Iniziate con una piccola ribellione: permettetevi di essere arrabbiati non con voi stessi, ma con la situazione.

La rabbia diretta verso l’esterno spesso fornisce proprio l’energia che vi mancava per fare una mossa. Descrivete su carta tutto ciò che avete sopportato, senza scuse o “ma”.

Rileggetelo. Questa non è la vostra vita: è un copione da cui è ora di uscire.

Ricordate che aggrapparsi a ciò che vi sta distruggendo non è lealtà, ma una forma di lento suicidio. Il vero coraggio non sta nel resistere all’infinito, ma nel dire un giorno “basta”, voltarsi e andarsene verso l’ignoto, dove almeno si ha la possibilità di incontrare se stessi, la persona forte e integra che si era prima di decidere che la propria felicità dipendeva da qualcun altro.

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