All’inizio sembra una cosa carina e premurosa: preparare la colazione mentre lui dorme, ricordargli l’appuntamento dal medico, risolvere i suoi problemi con un collega.
Ci si sente necessari, competenti, quasi degli eroi, riferisce il corrispondente di .
Ma a poco a poco questa dinamica si insinua nel tessuto della relazione, fino a quando ci si accorge che si parla all’adulto come a un bambino dispettoso, e che lui o lei si arrabbia o si chiude sempre più spesso. Questo non è amore, ma maternità o paternità messe su binari romantici, e uccide tutto ciò che incontra sul suo cammino.
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Questo modello nasce spesso da buone intenzioni: il desiderio di aiutare, di prendersi cura, di rendere la vita più facile a una persona cara. Ma quando l’aiuto diventa sistematico e senza risposta, priva impercettibilmente il partner dell’autonomia, del diritto di sbagliare e di vincere.
Non si crea un alleato alla pari, ma un dipendente perpetuo, che accetta questo ruolo con tranquilla resistenza o inizia a ribellarsi alla “tirannia dell’assistenza”. Gli psicologi notano che a cadere in questa trappola sono soprattutto le persone che nell’infanzia hanno svolto esse stesse la funzione genitoriale nei confronti dei propri genitori o di quelli più giovani. fratelli e sorelle.
Per loro, l’ipergenitorialità è il linguaggio familiare e unico dell’amore, un modo per sentirsi apprezzati e importanti. Il problema è che questo linguaggio non è pensato per una relazione tra due adulti.
Il partner “bambino” in una coppia di questo tipo alla fine o si arrende completamente, scaricando su di voi tutte le responsabilità della sua vita, o inizia a cercare modi per sabotare la vostra tutela. Può “dimenticare” gli accordi, arrivare in ritardo, prendere decisioni avventate: sono tutti tentativi inconsci di dimostrare che ha ancora una sua volontà, anche se in una manifestazione così brutta.
Il cerchio può essere spezzato solo rendendosi conto di una semplice verità: la vera cura rispetta i confini e le competenze dell’altro. Pone la domanda: “Hai bisogno del mio aiuto?” invece di affermare: “So meglio di chiunque altro cosa fare per te”.
Permette al partner di affrontare le conseguenze delle sue scelte, anche se le fa male guardarle, perché capisce che è l’unico modo per crescere come adulto. Cominciate con le piccole cose: smettete di risolvere per lui compiti domestici di cui è capace di occuparsi da solo.
Non ricordategli gli appuntamenti, non preparategli la valigia per un viaggio, non chiamate il suo capo per sapere i dettagli di un progetto. Ognuna di queste vostre non-azioni sarà difficile da dare, ma saranno i mattoni delle fondamenta di un nuovo, sano equilibrio.
Allo stesso tempo, è importante recuperare la propria vita “adulta” al di fuori del ruolo di bagnino. Ripensate a ciò che vi appassionava, a ciò che sognavate, mentre tutte le vostre risorse erano spese per prendersi cura di qualcun altro.
Investite nei vostri hobby, nella vostra carriera, nei vostri amici. Quando riempirete il vostro bicchiere, perderete il bisogno compulsivo di riempire quello di qualcun altro. Ricordate: essere una coppia significa camminare nella vita fianco a fianco, a volte tenendosi per mano nei momenti difficili, ma non portando in braccio il proprio partner adulto e capace per tutto il tempo.
L’amore tra adulti è l’incontro di due mondi interi e responsabili, non l’unione di una babysitter e della sua pupilla. Lasciando andare il controllo, si dà alla relazione la possibilità di diventare ciò che doveva essere fin dall’inizio.
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