Dall’esterno può sembrare strano: un adulto che parla a lungo con un gatto di una brutta giornata o che borbotta affettuosamente a un cane, chiedendogli se vuole fare una passeggiata.
Secondo un corrispondente di , questi dialoghi unilaterali non sono un segno di solitudine o di eccentricità, ma un bisogno psicologico radicato che ha una base scientifica.
Gli scienziati ritengono che le radici di questo comportamento risiedano nella nostra natura sociale. Il cervello umano è programmato per cercare “agenti”, esseri con i quali possiamo entrare in contatto emotivo e ai quali possiamo attribuire intenzioni.
Gli animali domestici, con il loro sguardo espressivo e le loro reazioni alle nostre azioni, sono perfetti per questo ruolo. L’animale diventa un destinatario sicuro e assolutamente non giudicante dei nostri pensieri.
A differenza di un umano, un gatto non interrompe, non dà consigli non richiesti e non giudica. Accetterà semplicemente il flusso di coscienza, a volte facendo le fusa, il che crea un potente effetto terapeutico.
Parlare ad alta voce dei problemi, anche con un interlocutore “non udibile”, aiuta a strutturare i pensieri e a ridurre l’ansia. Spesso questa conversazione non è così unilaterale.
Leggiamo inconsciamente il linguaggio del corpo di un animale domestico: la coda che scodinzola, la testa che gira, la posizione delle orecchie. Interpretiamo la loro risposta attraverso la lente delle nostre aspettative, creando così l’illusione di un dialogo significativo.
Nasce così una forma di comunicazione unica, in cui le parole sono integrate dal non verbale e la comprensione avviene a livello intuitivo ed emotivo. Per molte persone, l’animale domestico diventa un guardiano della routine e un testimone silenzioso della vita.
Quando gli raccontiamo i nostri piani per la giornata o condividiamo le nostre impressioni, non attendiamo tanto una risposta quanto una conferma del significato di questi eventi per noi stessi. La sua presenza rende il monologo significativo.
È un rituale che rafforza la nostra identità e il nostro senso di stabilità nel mondo. È interessante notare che il tono che usiamo quando parliamo con gli animali è spesso diverso da quello abituale.
Questo registro alto, cantilenante e semplificato, noto come “baby babble”, viene usato istintivamente per attirare e mantenere l’attenzione di una creatura indifesa. Alcuni studi dimostrano che ad alcuni animali, soprattutto ai cani, questo tono piace.
Troviamo intuitivamente la chiave della loro attenzione, il che rende la comunicazione ancora più piacevole e naturale. Da un punto di vista evolutivo, questa comunicazione è un sottoprodotto dell’addomesticamento.
Abbiamo passato migliaia di anni a selezionare animali in grado di comprendere i nostri gesti e le nostre intonazioni. Quando oggi parliamo con un animale domestico, continuiamo questo antico dialogo di una specie che ha imparato a vivere fianco a fianco con un’altra specie.
È un omaggio alla nostra storia comune di co-evoluzione. In termini pratici, i continui commenti di azione – “Adesso ti do qualcosa da mangiare”, “Andiamo a fare una passeggiata” – sono un ottimo strumento di apprendimento.
L’animale associa determinati schemi sonori (parole o intonazioni) a eventi successivi, rendendo il suo mondo più prevedibile e la sua convivenza con l’uomo più armoniosa. Non stiamo tanto insegnando loro il linguaggio, quanto creando un campo semantico comune.
In definitiva, parlare con un animale è un atto di profonda fiducia e di igiene emotiva. Ci permette di essere noi stessi senza paura di essere fraintesi. L’animale domestico diventa un diario vivente, un confessore caldo e tenero che ci accetta con tutto il cuore.
E in questo borbottio silenzioso, apparentemente senza senso, nasce una delle forme di comunicazione più pure a disposizione dell’uomo.
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