Cosa c’è dietro la frase “sono occupato”: come la stanchezza emotiva uccide il desiderio di starvi vicino

Lui o lei è fisicamente presente in casa, ma psicologicamente è da qualche parte lontano, dietro un fitto muro di distacco.

Risposte brevi, sguardo fisso sul telefono, continui riferimenti alla stanchezza e al lavoro: questo comportamento diventa cronico, trasformando il partner in un coinquilino con cui si condivide solo la bolletta della luce, riferisce il corrispondente di .

Spesso non si tratta di una mancanza d’amore, ma di un profondo esaurimento emotivo, che la persona non è sempre pronta o in grado di ammettere nemmeno a se stessa. Sente il vuoto, l’apatia, le sue risorse non sono sufficienti nemmeno per i propri bisogni, figuriamoci per essere emotivamente coinvolto nella vita di un’altra persona. Questa condizione è un grido di aiuto che suona come un sussurro.

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A volte questo distacco diventa una difesa inconscia contro le pretese e le aspettative del partner. Se siete silenziosi e poco appariscenti, vi verrà chiesto di meno, ci si aspetta che diate emozioni che non avete nulla da dare. È una strategia per risparmiare le ultime forze mentali, ma è distruttiva per il legame, perché l’amore non può vivere nel vuoto.

Il partner della persona “bloccata” si sente rifiutato, non necessario, comincia a dubitare di se stesso, il che non fa che aggravare la situazione. Può reagire o con richieste insistenti di attenzione, che provocano un desiderio ancora maggiore di nascondersi, o con un allontanamento reciproco, creando un silenzio gelido in casa, dove ognuno soffre da solo.

L’unico modo per spezzare questo circolo vizioso è cambiare il linguaggio della comunicazione. Invece delle accuse di “non mi dai tempo” si dovrebbe provare a dire: “vedo quanto sei stanco. Cerchiamo di trovare un modo per recuperare insieme, che ne dici?”. In questo modo si elimina il tono accusatorio e si offre un’alleanza.

È fondamentale separare lo spazio personale per la guarigione dall’evitamento cronico del contatto. Il primo è un bisogno sano che deve essere rispettato. Il secondo è un sintomo di un problema sistemico che deve essere affrontato, magari con l’aiuto di un professionista. A volte la “stanchezza” può nascondere la depressione, che richiede un’attenzione a parte.

Il recupero dell’intimità inizia con i microcontatti, senza le richieste di grandiosi colloqui cuore a cuore. Una passeggiata di venti minuti insieme senza gadget, cucinare la cena fianco a fianco, guardare una serie TV con un leggero contatto fisico: queste piccole azioni costruiscono lentamente dei ponti attraverso il divario.

La chiave è ammettere il problema ad alta voce, senza paura o vergogna. La frase “È difficile per me essere coinvolto emotivamente in questo momento, non è colpa tua, sto cercando di affrontarlo” può essere il primo passo verso il disgelo. Sostituisce il muro del silenzio con un vetro trasparente attraverso il quale ci si può ancora vedere e tendere la mano.

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